Tutta colpa del giorno in cui ho conosciuto John Coltrane

Esiste un’alchimia – così mi viene di chiamarla – tra le persone, una forza misteriosa che ci spinge o magari ci trattiene dall’andare verso gli altri. Un’energia attrattiva o respintiva, un piccolo serbatoio energetico che ciascuno di noi possiede e che si attiva da solo entrando spontaneamente in relazione con gli altri, senza che noi possiamo controllarlo – o meglio – manipolarlo a nostro piacimento (grazie a dio, mi viene da dire…). E un giorno succede che ci imbattiamo – anche televisivamente o musicalmente, quindi senza per forza un contatto visivo e/o fisico – in alcune persone che, in maniera assolutamente immediata fanno vibrare le corde della nostra anima. Non fanno proprio niente di speciale, solo SONO e quando il loro essere entra in contatto con noi si scatena qualcosa.

Andando avanti nel tempo, in maniera sempre più forte, più radicata in noi, questa alchimia cresce, si sviluppa, prende corpo. Non è amore, chiariamo subito: l’amore è un’altra roba, non confondiamoci. Qui si parla proprio di scambio energetico, addirittura con persone che nemmeno conosciamo e con le quali non abbiamo nemmeno mai interagito… La prima volta che mi è successo è stato ascoltando In a sentimental mood di Duke Ellington nella versione con John Coltrane (1963). Certo, lo so, mi piace vincere facile… Però è successo per davvero!

E’ stato uno squarcio netto, spiazzante, un’emozione fortissima: per la prima volta qualcuno mi stava leggendo l’anima e lo stava facendo con le note di un sax. Roba da matti, penserete, e in effetti al tempo lo pensai anche io, non lo nego. Voglio dire, non è normale che ci si senta accarezzare l’anima da uno che suonava cinquant’anni fa e che ora è pure morto… Presa dalla paura smisi in tronco di ascoltare quel cd. Via in un cassetto e guai a riaprirlo!

Ma il tempo passa, si sa, e le cose cambiano – che ci piaccia o no – ed è allora che succede qualcosa di strano: dopo che le note di Coltrane mi avevano attraversato l’anima, nulla era più come prima. E non basta chiudere un cd in un cassetto per dimenticare, è un po’ come chi dice di smettere di fumare e dissemina pacchetti di sigarette dappertutto perché se proprio proprio non ce la fa a resistere almeno ne afferra una “al bisogno”. La mia era una necessità, un bisogno di riascoltare quelle note. Era come se la mia anima avesse fame e io la tenessi a dieta (e infatti, come volevasi dimostrare, nemmeno la mia anima riesce a stare a dieta…). E ad un certo punto non ce l’ho fatta più: ho rimesso su quel cd. Di nuovo la mia anima ha vibrato, più forte di prima.

E allora, siccome Coltrane era morto da un bel pezzo, e quindi non potevo né vederlo dal vivo in concerto né tantomeno intervistarlo, ho deciso di saperne qualcosa di più di lui. Non volevo però quelle letture solite dove musicologi più o meno attuali/interessanti/colti/innovativi/fighissimi si sforzano in teorie di larga prospettiva per inquadrarlo storicamente e musicalmente, dove il tecnicismo diventa l’elemento trainante e così maledettamente noioso con cui sviscerare l’insviscerabile – non me ne vogliano i musicologi, beninteso -. Io volevo solo sapere chi era. Non ho le competenze tecniche e me ne interessava molto poco di averle. Io volevo rubare un pezzetto della sua anima, come lui l’aveva rubata a me. Ma come potevo fare?

Ho iniziato a fare alcune ricerche e alla fine ho trovato un libro in cui sono raccolte integralmente tutte le interviste che Coltrane ha rilasciato nel corso della sua vita (Coltrane secondo Coltrane a cura di Chris DeVito, ed. Siena Jazz, 2012 – come minimo mi merito una percentuale per la citazione!-) e l’ho letto ascoltando in sottofondo tutti i brani che venivano di volta in volta citati. Un viaggio nelle parole centellinate di un uomo formidabile con lo strumento ma restìo con le parole. E ad un certo punto mi sono accorta che pensavo e parlavo di lui come di un amico, uno che conosci bene e che sta dialogando con te.

Alla fine quelle note avevano dei contorni, erano nate dall’anima di qualcuno che finalmente stavo conoscendo per davvero: fragile, con tante paure, determinato, schivo e maledettamente perfezionista, semplicemente John! E da allora non ho più smesso di ascoltare i suoi brani, ho persino pianto sul finale di Naima, un pezzo scritto per la moglie, di una delicatezza sconvolgente, e ogni volta l’anima vibrava in modo diverso, costringendomi ad andare a cercare. E ancora oggi non ho smesso di cercare nei meandri della mia anima – che ho scoperto essere tantissimi, tra l’altro -, ad ogni pezzo si aprono le porte per un viaggio infinito e faticosissimo, sigh! D’altronde è inutile negarlo: la colpa è tutta di Coltrane!

 

 

 

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