La ragione di chi offende non può avere ragioni

In questi giorni mi è capitato di chiedermi come mai, di frequente, soprattutto negli scambi di opinioni sui social (ma anche in tv o ‘dal vivo’), si finisce per attaccarsi sul personale, sfociando nelle offese. E’ come se fossimo abituati a questa dialettica, ad un modo ormai riconosciuto come aggressivo, dove il legittimo proporre argomentazioni a sostegno del proprio punto di vista, viene scambiato immediatamente per l’essere autorizzato a offendere.

Ci ho pensato (ci sto ancora pensando) perché mi sono resa conto che, spesso, chi offende non si rende conto di farlo, ma lo scambia con un sottile (ma nemmeno troppo) gioco di potere, dove il prevaricare l’altro diventa sempre uguale all’avere ragione. Non è facile, me ne rendo conto e a volte anche io mi ingarbuglio nelle mie stesse riflessioni.

Proviamo con un esempio. Uno dei terreni dove la dialettica è necessaria a sostenere tesi e argomentazioni è sicuramente la politica. Questo ambito è lo specchio ideale per osservare quello che ci accade (perché è qualcosa che riguarda tutti noi! Smettiamola di dire “la politica non mi interessa”, anche scegliere dove e come andare a fare la spesa è politica, non lo dimentichiamo!). In politica oltre a questo occorre anche distinguere un fattore non trascurabile: l’appartenenza ad una organizzazione (non direi partito perché non si usa più tanto…) che si fa portatrice di alcuni valori (non di rado superati, purtroppo), ci dice che, per definizione, siamo dalla parte della ragione. Chi appartiene ad organizzazioni opposte o semplicemente diverse è, anche qui per definizione, un nemico. E io lo devo sconfiggere con tutti i mezzi (dialettici e non) di cui dispongo.

Il contesto in cui ci si muove mi sembra che si possa sintetizzare in questo modo, dove la competizione è il terreno su cui ci muoviamo in questo nostro tempo. E capite bene che accade qualcosa di molto evidente quando considero l’altro e le sue idee sbagliati perché sono diverse e perché lui appartiene ad un’organizzazione che non è la mia. Quindi non va bene e non è nel giusto (come me!). E quando mi trovo a dovermi confrontare su un tema dove lecitamente ci possono essere visioni diverse, secondo voi, che cosa si fa? Semplice, si offende.

Se difendo un argomento che ho sposato perché l’organizzazione di cui faccio parte lo ha sposato, capendolo in parte o anche poco, tanto non importa sicuramente è giusto (viene dall’organizzazione di cui faccio parte, eh figuriamoci se è sbagliato!), avrò a disposizione, durante un confronto dialettico con il mio “nemico”, ben poche argomentazioni. Perché non ne ho bisogno. Questo pensiero è giusto e il mio nemico con le sue riflessioni lo vuole intenzionalmente screditare (non sia mai che si pensi piuttosto alla possibilità di vederne un altro punto di vista!). E qui accade la magia. Durante lo scambio, dopo poche timide battute di pseudo-argomentazioni, il livello scende immediatamente e si passa all’offesa.

E che succede con l’offesa? Che chi la riceve ha due soluzioni: cadere nella provocazione (scelta facile) e quindi rispondere allo stesso livello oppure proseguire con argomentazioni che ritiene valide, stando ben attento a non sfociare nell’offesa (scelta difficile). Abbassare il linguaggio al livello di un interlocutore offensivo è quasi normale, nel senso che è qualcosa che ci accade purtroppo senza che ce ne accorgiamo. È una sorta di principio di azione/reazione che viene dalla parte più istintuale dell’uomo, dalla necessità di difendere la propria vita che, nel nostro tempo, non è più intesa in senso letterale ma semmai è vita=pensiero. Oggi la vita è il pensiero. E difendere il proprio pensiero è difendere la propria vita.

Fin qui ci siete? Bene.

Come posso quindi interrompere il principio di azione/reazione e portare avanti le mie argomentazioni senza offendere? Il primo passo è accorgersi che chi ci parla ci sta offendendo e non sta argomentando. Può sembrare banale questo passaggio, ma credetemi non lo è affatto! Un’offesa non è solo una parolaccia, ma una serie (più o meno lunga) di colpi bassi messi a segno a prescindere da quale sia la tesi che vogliamo sostenere, con l’unico obiettivo di zittire l’altro è avere ragione. Non è previsto il confronto né lo scambio (fanno solo perdere tempo) perché prevaricare è il mezzo e avere ragione il fine.

Rispondere con argomentazioni valide (perché non offensive) a chi offende, non solo non è semplice ma appare addirittura inefficace. Almeno all’inizio. Si perché chi offende non ha la minima intenzione di ascoltare e chi argomenta può provare frustrazione per questo, ma è qui che non bisogna mollare. Il nostro interlocutore, forse non capirà e non cambierà, ma se la conversazione avviene pubblicamente (sui social o dal vivo), alla presenza quindi di altre persone, il nostro argomentare senza cadere nella provocazione e nell’offesa mostrerà che esiste un altro modo di discutere, e farà sembrare l’offesa piccola piccola.

E se la conversazione avviene senza che ci siano altri presenti (o in privato sui social)? Sarà un ottimo esercizio per aiutarci a non lasciar andare il vecchio istinto di sopravvivenza perché è ciò di cui siamo fatti e, per essere arginato, c’è bisogno di fare pratica!

Altra cosa: le offese pubbliche sono perseguibili per legge, la diffamazione a mezzo stampa o web è un reato. Per alcuni ‘offenditori seriali’ essere denunciati è anche un modo per iniziare a capire che argomentare non vuol dire offendere e magari gli diamo un chance per imparare a portare avanti le proprie idee senza denigrare l’altro.

La carne contro la carne produce un profumo, ma l’attrito delle parole non genera altro che sofferenza e divisione
ANAÏS NIN

2 pensieri riguardo “La ragione di chi offende non può avere ragioni

  1. Ciao, ho letto il tuo articolo e lo trovo molto interessante. La penso come te. Purtroppo con la visibilità che oggi è facile avere (tramite social, TV, YouTube ecc), la gente veramente gareggia in arroganza per primeggiare e farsi notare con le proprie idee, a costo di aggredire ed insultare gli altri. Io spero sempre che essere gentili e rispettosi susciti prima o poi nelle altre persone gli stessi comportamenti.

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    1. Grazie per le tue parole di apprezzamento… sono convinta che la gentilezza paghi sempre, anche se a volte il risultato non è immediato, e che sia uno stimolo eccezionale per chi ci sta ascoltando: noi continuiamo ad essere gentili, se il nostro interlocutore sarà pronto ad accoglierci, gli avremo dato una chance per vedere che esiste un altro modo per affermare le proprie opinioni, senza dover ricorrere all’offesa. E forse si convertirà alla gentilezza… questo è ciò che possiamo fare, pensa che accadrebbe se fossimo in molti ad iniziare a farlo 😊

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