Lunga vita al matrimonio dell’esperienza con la conoscenza!

“L’esperienza apre le porte della conoscenza”. Tutte le volte che interrogavo quel libro per cercare risposte ai miei dilemmi, usciva questa frase. E io proprio non riuscivo a capirla. Lunghi tempi di domande fino sfinirsi, a sentir scricchiolare le rotelle arrugginite di quel che resta del mio cervello. Ma nulla. Zero. Solo mal di testa.

Non riuscivo a mettere insieme la prima e la seconda parte della frase. E il problema è che la scorporavo, la dividevo pensando di poterla capire meglio. L’esperienza è l’essenza dello stare al mondo, la pratica potremmo dire, quella splendida palestra che è il mondo in cui siamo. Già Dante lo diceva, quindi fino a qui ci arrivo abbastanza spedita.

Poi c’è la conoscenza. Che roba è? Il sapere, l’aver assimilato cosa è giusto e cosa non lo è – ma forse qui si entra troppo nel merito e così finisco per connotarlo -. Chi è che conosce? Colui che sa. Poi è chiaro che vale ancora la massima di Socrate secondo cui “è sapiente colui che sa di non sapere”. Ma qui entriamo nella filosofia spicciola e non mi pare il caso.

Quel che mi intriga è capire come si lega l’esperienza alla conoscenza… Poi, un giorno, appena ho smesso di pensare, arriva la folgorazione, quella scintilla cosmica (perché se arriva da lontano fa più ganzo) con cui ti si illumina quella zona buia e ti rendi conto all’istante che la risposta era di fronte a te, solo che stavi guardando da un’altra parte.

Come mai se racconto una mia esperienza a un amico, non sempre questo ne fa tesoro? Anzi, spesso ti ascolta (giusto per non sembrare maleducato) e poi fa come vuole, nel pieno e – non so quanto consapevole – rispetto del proprio ridotto – mi dispiace dirlo – libero arbitrio. E come mai se la raccontano a me, anche io ascolto (sempre per lo stesso motivo) e poi faccio come mi pare? Perché l’esperienza è personale e deve esserlo.

Non valgono i racconti degli altri, per quanto possano conoscerci, esserci vicini o in confidenza. Per ciascuno di noi vale quello che possiamo sperimentare in quella determinata situazione, sulla base di quello che siamo (carattere, emozioni, vissuto). E stop. Da qui arriviamo alla conoscenza.

Io conosco perché ho fatto esperienza. Perché ho affrontato quella situazione X con quello che sono in quel preciso momento, imparando qualcosa di me e di ciò che è giusto – per me e verso il contesto -. Il rapporto è speculare, di completamento, come in un matrimonio: due persone non devono cercare di essere uguali, ma di completarsi nel viaggio della vita (la lunga sequenza di esperienze), guardando nella stessa direzione (verso la conoscenza).

Se capiamo in che modo la conoscenza arriva nelle nostre singole vite, forse riusciamo a capire che non ha senso esprimere giudizi verso nessuno, semplicemente perché chi vive quella situazione non è uguale a NOI, non ha il nostro vissuto, il nostro carattere, la nostra sensibilità (ah questa sconosciuta!) e soprattutto forse quel determinato contesto lo deve affrontare per poter fare quell’esperienza che, presto o tardi, lo porterà a quella conoscenza che adesso non ha.

Mi piacerebbe che il matrimonio tra l’esperienza e la conoscenza durasse tutta la vita, come quello dei nonni, perché infondo questo lungo viaggio lo facciamo con il vero compagno/la vera compagna   della nostra esistenza: noi stessi.

Lunga vita agli sposi, dunque.

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