L’elogio della sensibilità (d’animo)

L’ho sentita pronunciare così tante volte dalle persone più disparate che alla fine ho iniziato a farci caso. Fino ad ora non mi ero mai accorta di quante volte si pronunci la parola sensibilità. Rispetto ad un farmaco, d’animo, legata a un’emozione particolare, ma soprattutto per giustificare il fatto di essere rimasti male di un’esternazione fatta da altri.  E allora mi sono chiesta: ne conosciamo davvero il significato?

Il dizionario Treccani recita “s. f. [dal lat. tardo sensibilĭtas -atis, der. di sensibĭlis «sensibile»]. Capacità, attitudine a ricevere impressioni attraverso i sensi”. E poi elenca una quantità industriale di riferimenti, accezioni, contestualizzazioni che ne variano il senso a seconda di ciò di cui stiamo parlando. E’ curioso, nonostante varino i contesti, il termine sensibilità ha sempre a che fare con qualcosa di delicato, quasi sottile.

Ciò che più attrae la mia attenzione non è certo l’uso in fisica o medicina, di cui conosco ben poco, bensì quando se ne parla come sensibilità d’animo. E’ un’accezione molto complessa, variegata, come del resto differenti l’una dall’altra sono le persone. La grande domanda alla quale non so rispondere è se la sensibilità d’animo può crescere durante il corso della vita, attraverso le esperienze. Non è proprio quella domanda che ci facciamo la mattina appena alzati dal letto quando a malapena riusciamo a buttare i piedi di sotto, lo so bene. Però penso che la sensibilità, in questo momento, sia centrale nei rapporti umani.

Non ce n’è poi così tanta in giro, e forse uno dei motivi – o almeno l’unico che fino ad ora mi pare plausibile – potrebbe essere che abbiamo poca dimestichezza con le emozioni. Non le conosciamo – quindi figuriamoci se le ri-conosciamo -, da bambini nessuno ce le fa “maneggiare” e da adulti, quando un’emozione – non necessariamente negativa – si manifesta, preferiamo chiudere la serranda e tanti saluti. Il problema, però, è il fatto che quando ci chiudiamo alle emozioni, quel briciolo di sensibilità d’animo che abbiamo viene sedata. Siamo come anestetizzati…

Ma come si fa a non chiudersi alle emozioni in un mondo – tanto per dare un confine ristretto che tutti possano capire – dove ci si approfitta delle vulnerabilità degli altri per sentirci superiori? Ci si chiude per proteggersi, ma da che cosa? Dalle emozioni. Non le conosciamo e non sappiamo gestirle. Sono potenti, varie, con tante sfumature e soprattutto sconvolgenti – nel senso che ci cambiano le carte in tavola e ci fanno perdere quel controllo su di noi che tanto ci hanno insegnato -. E allora addio mio bella sensibilità.

Però è vero anche che ci sono persone toste e determinate – direi anche coraggiose – che, nonostante la forza dirompente delle loro emozioni, accettano la sfida di provare a starci dentro e restare “aperti”. Ebbene, in loro la sensibilità non si perde, diventa sottile, come se l’anima avesse una diverso “spessore”: immaginiamo un foglio di carta, quello più sottile è il più sensibile, è vero, ma questo non vuol dire che sia meno resistente, semmai lascia trasparire di più, potremmo dire che “sente” di più.

Provando a conoscerci un po’ meglio – e di solito una vita non basta – possiamo iniziare a capire i meccanismi di chiusura che ci alienano da noi stessi, dalle nostre emozioni e dalla nostra sensibilità. Se accettiamo di vivere quello che ci accade senza chiuderci, ci diamo la possibilità di affinare la nostra percezione verso di noi e verso gli altri. La sensibilità non è uguale per tutti, ma tutti possiamo affinare la propria – senza per questo farla diventare uguale – perché, come diceva un certo signor Carl Gustav Jung: Si guarda indietro apprezzando gli insegnanti brillanti, ma la gratitudine va a coloro che hanno toccato la nostra sensibilità umana“. 

Lasciatevi “toccare” nella vostra sensibilità umana da chi ne possiede più di voi senza demonizzarlo, mentre chi ne possiede di più non si senta ferito se non viene compreso, è come parlare un’altra lingua: occorre andare cauti, passo dopo passo, magari iniziando a gesti e poi chissà che qualcuno non si incuriosisca almeno un po’, quanto basta per lasciare aperta la porta alle emozioni e far germogliare quel piccolo seme di sensibilità. Che sia questo il segreto per far crescere la sensibilità?

#elogiodellasensibilità

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