Mettiamoci nei panni degli altri, anche se sono sporchi

I panni sporchi si lavano in casa, dicevano gli antichi (o i moderni di alcune odierne presunte aree pseudo-rurali ad alfabetizzazione limitata ma non troppo). Ma se bisogna imparare a mettersi nei panni degli altri per capirci qualcosa in più, possibile che siano solo panni immacolati? Temo di no… Secondo me questa storia dei panni ci sta sfuggendo di mano.

Se i panni sporchi non ci fossero, non avrebbe senso stare sulla terra a soffrire di caldo in agosto e a morire di freddo in dicembre. Non servirebbe a nulla fare esperienze per crescere e diventare persone migliori, giacché saremmo già migliorati così. Che senso avrebbe sperimentare emozioni, relazionarsi, imparare ad accettare ciò che non possiamo cambiare – che di solito equivale a dire ‘smetti di volere quello che non ti è dato avere a questo giro e fattene pure una ragione!’-, in una parola vivere? Nessuno, se fossimo già ‘imparati’ non ne avremmo bisogno. E quindi mi sa che mettersi nei panni degli altri – se ci vanno – vuol dire accettarne le sporcature, comprenderli ma non giustificarli, capirli ma non giudicarli.

Ho detto nulla… Provando a fare un passo indietro forse ne usciamo vivi. Quante volte ci ‘mettiamo nei panni degli altri’? Poche, pochissime. Intanto perché non siamo educati a farlo. Fin da piccoli ci insegnano come reagire e non come capire i compagni, gli amici, i fratelli, le sorelle: ti ha picchiato e tu ridagliele! Bon, metodo Montessori, pare… Ma chi ci insegna al posto della reazione la comprensione, la voglia di conoscere il motivo che ha spinto l’altro ad oltraggiarci (termine splendido, quasi da rivoluzione francese!) senza giudicarlo sbagliato a priori? Non molte persone, mi piace sperare che qualcuno lo faccia ma ahimé temo si contino sulle dita di una (o anche mezza) mano.

E quando cresci ‘mettersi nei panni degli altri’ diventa una roba che non ti viene maccanicamente, diciamoci la vertità, non puoi farlo e soprattutto non sai come farlo. Più semplicemente neanche ci pensi. Il tuo compagno di banco ti dà un calcio? Lo rincorri per renderglielo fosse anche l’ultima cosa che fai prima di stramazzare al suolo in preda a spasmi da carenza d’ossigeno. La tua amica del cuore si condifa con la tua nemica? Giuri di fargliela pagare e inizi subito lasciandola da sola.

E quindi BUM! Prima di qualunque altra riflessione arriva a sirene spiegate il GIUDIZIO! Compagno fedele dei momenti più spensierati della nostra giovinezza ma soprattutto della nostra maturità, ci corre in aiuto ogni qual volta lo deisideriamo. E lo fa con una precisone certosina (miao!). Insieme a lui, di solito viaggia mano nella mano anche il PREGIUDIZIO, altro fido scudiero, pronto a battersi coraggiosamente per la sua (presunta) verità.

A questo punto la trappola è scattata. E adesso che succede? Succede che, quando provo a mettermi nei panni dell’altro, trovo dei costumi non degli abiti. Vestiti di scena, immacolati, curati, deliziosi e raffinati, di tessuti meravigliosi e rifiniture magistrali, ma completamente FINTI! Nessuno è disposto a riconoscere che i propri panni sono sporchi in pubblico perché si sente subito giudicato. Nessuno ha voglia di mostrare le proprie fargilità, le vulnerabilità che ci rendono così irresistibilmente e irrimediabilmente umani se queste diventano ottime armi per gli altri (e grazie che mi fai male con le mie fragilità, te le ho dette io!). E’ un po’ come andare da uno dargli un’arma poi alzarsi la maglia e dire: “guarda se mi colpisci qui ti assicuro che mi ammazzi”. Bon!

Riflessione serale: se invece di giudicare tutto e tutti senza sapere un bel niente di come se la passa quel povero cristo che ci sta in fronte, provassimo ad ascoltare (non con le orecchie ma con il cuore, cioè senza mettere il nostro ego in primo piano), ci accorgeremmo che, come per magia, inizia a crescere in noi un irrefernabile moto di comprensione: da un lato aiuterebbe gli altri a mostrare quei benedetti panni sporchi (se gli va!) e dall’altro ci permetterebbe di imparare qualcosa di più su noi stessi. Mettiamoci nei panni degli altri, anche se sono sporchi, perché magari quella macchia potremmo averla fatta proprio noi, con il nostro giudizio o potremmo riconoscerla uguale alla nostra, provocata da qualcuno che, a sua volta, ci ha giudicato…

E chissà che proprio quella macchia – o quelle macchie – non siano l’antidoto all’irrefrenabile e antico impulso di puntare il dito contro chi ci sta di fronte, ricordando a noi stessi che ogni mattina, quando si mettono i piedi giù dal letto, ognuno ce la mette tutta per fare del proprio meglio. Oltre a questo, non ci serve di sapere altro.

Viva i panni sporchi!

 

 

 

 

 

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