Con la nostra anima ci sentiamo un po’ tutti Robin Hood

E’ inutile girarci e rigirarci intorno: ciò che desideri dagli altri devi iniziare col darlo prima tu. Detta così sembra una di quelle frasi-spot che fanno da slogan pubblicitario a qualche crema per il viso con magici poteri ringiovanenti. E invece no, è proprio una delle più semplici e al contempo complesse leggi cosmiche che un giorno qualcuno – magari di bell’aspetto, perché no?! – ha scelto di mettere nero su bianco. E da lì è iniziato tutto.

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Molte delle cose che ci appartengono non hanno alcun significato se non le conosciamo. Per esempio, se non mi rendo conto di essere una persona orgogliosa, ogni volta che sono di fronte ad una qualunque azione, reagisco in maniera rigida e a stretta tutela del mio EGO, e tutto ciò per me sarà semplicemente normale. Ma se riconosco in me tale caratteristica, allora non potrò più far finta di nulla e, ai primi sintomi di irrigidimento, ahimè mi toccherà porre rimedio. Come? Magari cercando di mediare e, se sono palesemente dalla parte del torto, con un terribile nodo allo stomaco, addirittura chiedendo scusa. La terza opzione – la mia preferita – è il silenzio, troppo spesso sottovalutato…

Quando conosci non puoi più fingere di non sapere e questo ci apre le porte alla responsabilità. Quando parlò di “beata ignoranza”, il caro vecchio Rousseau voleva dirci proprio questo. Meno sai, meno soffri – dato che un qualunque percorso di conoscenza di sé si porta dietro la sofferenza, non perché siamo masochisti ma perché se non soffriamo non capiamo, siamo fatti strani, oh allora… -. Ma come la mettiamo se, nonostante conosca, la responsabilità di comportarmi in maniera diversa non me la voglia assumere? Qui ci casca l’asino…

A volte lo facciamo di proposito, mentre altre volte l’inghippo si nasconde nelle pieghe labirintiche della nostra mente, pertugi inesplorati – e oserei definire, in alcuni casi, persino inarrivabili – che ci raccontano un’altra storia. E’ come se la mente, pur di non assumersi la responsabilità di queste azioni, ci mettesse una maschera e desse a quella situazione un’altra immagine. Un’immagine diversa, distorta – e spesse volte meravigliosa – e, per me che la vivo da “dentro”, di sicuro affidabilissima. Ed eccoci al patatrac! A quel punto la mia attenzione si sposta all’esterno e la responsabilità non sarà più mia ma di qualcosa – o qualcuno – che è fuori di me. Ed ecco come mentiamo a noi stessi e alle persone a cui vogliamo più bene, non tanto perché non abbiamo una sincera intenzione, quanto perché a quella bugia, seppur grossa come una casa, noi per primi ci crediamo veramente.

Un buon allenamento è provare a fermarsi, di tanto in tanto, e chiedersi se davvero ci stiamo dicendo la verità. Sono convinta che in fondo in fondo al nostro animo, una parte di noi, sa la risposta… Di solito mi immagino un piccolo gnomo barbuto che sta nei meandri della mia anima e che ha tutte le risposte ma ogni volta che gliele chiedo mi risponde in maniera brusca, d’altronde ha ragione: quante volte me le deve dire, sigh!

robin_hood_by_jackspade2012-d74zsn1Senza consapevolezza di sé, con un’immagine distorta della situazione, non pensiamo proprio a guardarci dentro, bensì ad additare qualcosa o qualcuno fuori di noi, al quale attribuiamo tutta la responsabilità. E come ci si sente dopo? Male. Malissimo. Perché sull’esterno non abbiamo alcuna possibilità di influenza. Questo concetto di solito spiazza, perché oggi siamo un po’ tutti dei Robin Hood: rubiamo consigli e buone azioni dal ricco animo – spesso di altri – per donarle a coloro che “non sanno”. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta? E soprattutto, siamo davvero consapevoli della ricchezza del nostro animo al punto da saperla saggiamente mettere in pratica per qualcun altro? Si rasenta la presunzione.

 

Il rapporto con una responsabilità che proviene da una persona esterna a noi è uno dei più delicati; non possiamo andare oltre il consiglio – se richiesto -, l’ascolto – quando è con il cuore e non con il sé – e la comprensione – come antitesi al giudizio -. Non è menefreghismo, è necessità di non intralciare il personale percorso che ciascuno di noi ha. Non è uguale per tutti e soprattutto, il fatto di aver assimilato grazie ad esperienze passate tali lezioni, non ci rende automaticamente dei “salvatori” di anime umane, dei moderni Robin Hood.

 

Perciò è necessario immergersi in se stessi e scorgere tutte quelle cattive azioni che vediamo negli altri e che magari ci provocano anche sofferenza, perché in realtà sono il riflesso di una parte di noi, una zona grigia che non vogliamo o possiamo ancora conoscere. Per questo ciò che desideriamo diventa così importante che impariamo a darlo prima, perché lì si nasconde la miglior azione che possiamo fare per gli altri e, prima, per noi stessi. Attraverso i difetti degli altri abbiamo una splendida mappa per noi, con loro noi cresciamo e dando loro noi possiamo diventare persone migliori e più consapevoli.

Infondo Robin Hood lo amiamo molto perché ruba ai ricchi per dare ai poveri e questo fa di lui un eroe dall’animo gigantesco; ma se rubasse ai poveri e si spacciasse per ricco benefattore sempre pronto ad aiutare il prossimo (imbrogliandolo) lo ameremmo lo stesso? Mi sa di no.

Lunga vita a Robin Hood (quello vero però!).

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